Un premier sotto
ricatto e una suburra di Stato
di EUGENIO SCALFARI.
Attorno
al premier l'aria si fa sempre più viziata e rarefatta.
Lo scollamento all'interno del suo gruppo dirigente è
ormai visibile. Il distacco di settori consistenti del
suo elettorato è anch'esso palese e lo ha certificato
due giorni fa Gianfranco Fini quando ha detto che il
governo è stabile ma cresce l'indifferenza e la sfiducia
del corpo elettorale nei confronti della politica,
aggiungendo che questo fenomeno rappresenta un pericolo
molto serio per la democrazia. Aumenta anche in
modo esponenziale lo stupore dell'opinione pubblica
internazionale e dei governi alleati in Europa e in
America. Mai il prestigio del nostro paese nel mondo
aveva raggiunto un così infimo livello.
Queste persone cominceranno a fargli il vuoto
intorno, per ragioni di onestà personale o di
salvaguardia a tutela della propria onorabilità. Per
opporsi a questa deriva che è già in atto il premier
cercherà e sta già cercando di blindare la situazione,
intimidire i possibili testimoni, mobilitare servizi
segreti e polizie private allo scopo di rovesciare sui
suoi accusatori la stessa quota di melma nella quale è
lui che sta affondando. Se i palazzi e le ville di Stato
sono diventate una suburra, la stessa sorte rischia di
diffondersi a una società deturpata dalla corruzione.
La domanda che milioni di persone sempre più attonite
e disgustate si pongono è ormai martellante e te la
senti fare agli angoli delle strade, nelle centinaia di
migliaia di lettere che "Internet" rovescia sui tavoli
delle redazioni: quanto durerà questo sconcio? Come si
uscirà da questo pantano? C'è un passaparola assordante
come un rombo di cannone, per usare le parole del Don
Basilio del "Barbiere di Siviglia", e non c'è avvocato
Ghedini che possa silenziarlo. Del resto gli stessi
Gasparri, Cicchitto, Bondi, Bocchino, hanno smesso di
ripetere i loro esorcismi. Ognuno dei potenti comincia a
pensare a sé, a prepararsi una via di ritirata e di
fuga.
Molti pretesti fin qui usati e ripetuti come
giaculatorie stanno cadendo come foglie secche a
cominciare da quello contro le toghe rosse. Non sono
certo toghe rosse i magistrati della Procura di Bari,
che avevano cominciato la loro inchiesta sulla sanità
regionale pugliese, una Regione governata dal
centrosinistra. Strada facendo l'inchiesta si è
imbattuta in Giampaolo Tarantini e, senza abbandonare il
filone iniziale, altri filoni si sono aperti ed altri
reati sono stati ipotizzati. Che cosa dovevano fare quei
magistrati? Chiudere il coperchio o adempiere al loro
dovere di titolari della pubblica accusa? Resta
l'intimidazione contro i giornali e i giornalisti, "vil
razza dannata". Ma non tiene più neanche quella. Che
cosa doveva fare il direttore del "Corriere della Sera",
Ferruccio De Bortoli, di fronte alle dichiarazioni di
Patrizia D'Addario e alla documentazione da lei esibita?
Non pubblicare nulla e buttare tutto nel cestino? Ha
fatto il suo dovere facendo cadere il suo pregiudizio
contro un "gossip" che non è mai stato un semplice
pettegolezzo ma, fin dal primo momento, una questione
pubblica come noi l'abbiamo sempre ravvisata. L'avvocato
Ghedini vorrebbe ora, in nome e per conto del suo
cliente, che il silenzio tombale sulle intercettazioni e
sui processi penali in fase istruttoria fosse reso
retroattivo e quindi esteso all'inchiesta della Procura
di Bari. Una retroattività chiaramente incostituzionale
che probabilmente non avrebbe una maggioranza neppure in
un Parlamento dominato dal governo attuale e tanto meno
la firma di promulgazione del capo dello Stato. Il
problema è a questo punto di una chiarezza elementare:
un premier sotto ricatto che deve provare (provare, non
affermare soltanto) che i fatti non sono quelli
raccontati e provati dai suoi ricattatori; una vita
privata del capo del governo costellata da stravizi,
alimentata da una corte di ruffiani e gestita da persone
ricompensate con scranni in Parlamento a Roma e a
Strasburgo, che deturpa l'immagine dello Stato e del
Paese e non può più oltre essere sopportata. Se ne
sono resi conto perfino Giuliano Ferrara sul "Foglio" e
Giampiero Mughini su "Libero". Una sprovveduta
parlamentare di centrodestra, in una sua lettera al
"Corriere della Sera", è arrivata ad esaltare Lucio
Sergio Catilina e l'ha paragonato a Silvio Berlusconi.
La sprovveduta sa molto poco di Catilina, incallito
debitore e uomo d'avventura, compromesso con le peggiori
bande di eversori ed eversore egli stesso delle
strutture della Res publica. L'avventura di Catilina
arrivò alla ribellione armata contro i Consoli e il
Senato, ma è vero che una volta imboccata quella via
senza ritorno Catilina si batté con coraggio e perse la
vita sul campo di battaglia.
È questo lo sbocco che la sprovveduta prevede e la
parte che assegna a Silvio Berlusconi? Un caimano che
porta le sue truppe all'incendio della piazza e delle
istituzioni? Sono questi i consiglieri del premier,
"utilizzatore finale" di prostitute in una stanza dalla
cui finestra presidenziale sventola il tricolore?
E' legittimo tuttavia porsi il problema d'uno sbocco
politico che tenga conto delle norme e delle
consuetudini che regolano il sistema e sul rispetto
delle quali vigila il presidente della Repubblica.
In caso di dimissioni del premier, anche se accompagnate
dalla sua richiesta di scioglimento delle Camere, spetta
al capo dello Stato di esaminare la possibilità che la
maggioranza esistente esprima un altro premier o che si
possa formare in Parlamento un'altra maggioranza. Solo
nel caso che entrambe le possibilità si rivelino
impraticabili il capo dello Stato procede allo
scioglimento. In tal caso è possibile che il Quirinale
designi una figura istituzionale che conduca il paese
alle urne.
Nel caso specifico la figura istituzionale si può
ravvisare nel presidente della Camera, che assomma in sé
un duplice requisito: è la terza carica dello Stato ed è
anche il co-fondatore, insieme a Berlusconi, del partito
di maggioranza relativa. Può dunque essere incaricato di
portare il paese al voto immediato o anche di portarcelo
dopo avere adempiuto ad altre gravissime emergenze
connesse con la crisi recessiva che non consente pausa
nella gestione della politica economica. Ma resta la
domanda: si dimetterà Berlusconi? Dipende dal suo senso
di responsabilità - che a questo punto sembra piuttosto
scarso e soffocato da un vero e proprio titanismo
patologico - e dalle pressioni che il gruppo dirigente
nel governo e nel partito vorrà esercitare su di lui.
Il paragone con il 25 luglio del 1943 è forzato.
C'era una guerra già perduta, l'esercito anglo-americano
già sbarcato in Sicilia, quello nazista largamente
presente sul territorio, bombardamenti e rovine
dovunque. Qui si tratta invece di una suburra, di
banchetti da Trimalcione, di un capo di governo
ricattabile e ricattato, d'un rischio di avventura
quanto mai incombente, d'un sistema di potere esteso e
colluso. Basso impero senza impero, Vitellio o
Eliogabalo, non Catilina. Per certi aspetti stiamo molto
meglio del 25 luglio, per altri purtroppo stiamo peggio.
Post Scriptum. Oggi si vota per i ballottaggi in
molti e importanti Comuni e Province. L'esito è di
grande importanza, anche con riguardo alla crisi
politica che abbiamo qui analizzato. E' dunque
auspicabile che gli elettori non disertino le urne. Si
vota anche per il referendum sulla legge elettorale. Con
quattro possibili comportamenti: non votare e far
mancare il quorum, votare "sì", votare "no". Oppure
votare in modo diverso per i tre quesiti referendari.
Credo probabile che il quorum non sia raggiunto.
Personalmente non mi strapperei i capelli se questa
previsione si rivelasse esatta.
Finora i "supporters" del Capo si rifugiavano nella
condanna del "gossip", ma ormai anche questo esorcismo è
caduto. Anzitutto perché la vita d'un capo di governo
non consente distinzioni tra la sfera pubblica e quella
privata. Poi perché è stato lo stesso interessato a
pubblicizzare il preteso "gossip". Infine perché si è
creata una situazione che ormai non è più oltre
accettabile: il premier è ricattabile e ricattato e lo
sarà sempre di più perché sono decine se non addirittura
centinaia i potenziali ricattatori. Un capo di governo
nelle mani di ricattatori non può avere una vita
politica lunga perché non può usare lo Stato e le sue
istituzioni per soddisfare i ricattatori senza ampliare
a dismisura il numero delle persone "informate dei
fatti" e necessariamente coinvolte e compromesse nei
fatti stessi.
(21 giugno 2009).